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Europa, conosci te stessa

Anticipando la sua imminente decisione di abbandonare la cultura di appartenenza, peraltro ormai ridotta a larva, e di optare per la nuova era dell’islam di stato attraverso una scelta di mera convenienza, il protagonista del romanzoSottomissione di Michel Houellebecq liquida tutto ciò che sta per lasciarsi alle spalle con un’affermazione amaramente lapidaria: «Non avrei avuto niente da rimpiangere». Difficile trovare una frase che meglio di questa sappia rendere l’idea del relitto a cui è ridotta oggi la cultura europea, abbandonata sia dalla consapevolezza sia dall’affetto di coloro che ne dovrebbero essere i detentori.

Siamo dunque di fronte a un irreversibile processo, una lenta e inesorabile agonia? C’è chi non la pensa così, e che proprio dalla presa di coscienza degli strutturali problemi di cui soffre l’Europa di oggi trae spunto per un impegno nuovo, un rinnovato lavoro culturale con solide fondamenta. Uno slancio che si trova ad esempio nelle parole della giovane filosofa italiana Elisa Grimi: «Oggi più che ogni altro giorno è il momento dell’europeo, di colui al quale spetta il grave compito del recupero della propria identità, uno sforzo immane poiché sfiora la soglia del tempo e dello spazio, li supera, vede oltre».

Le parole sono tratte dal saggio introduttivo al volume Contro il cristianismo e l’umanismo. Il perdono dell’Occidente (R. Brague – E. Grimi, Cantagalli, 2015), contenente una selezione di interessantissimi e straordinariamente profondi interventi del filosofo francese Rémi Brague, nonché il citato saggio di Elisa Grimi, oltre a una breve biografia di Brague e un’intervista allo stesso curata sempre da Elisa Grimi. Un libro di fondamentale importanza per chi voglia riprendere il filo essenziale dell’identità europea, con la speranza di essere ancora in grado di tenerne un capo.

Il pensiero di Brague è di quelli capitali per comprendere cosa sia l’Europa. Ribaltando l’acuta osservazione di Ortega y Gasset per cui «Europa es el unico continente que tiene un contenido», Brague afferma che «il contenuto dell’Europa è di essere un contenente, di essere aperta all’universale». Perché questa vocazione all’apertura? Perché l’Europa intrinsecamente si fonda, secondo Brague, sull’idea di «secondarietà»: è una cultura seconda, rispetto agli antecedenti culturali e religiosi greci e giudaici. Ma, lungi dall’essere un di meno, tale secondarietà fonda la grandezza stessa dell’Europa, quella sua capacità cioè di apprendere tutto senza assorbire nulla, di fare proprio senza per forza annullare l’alterità culturale. Un processo che, se da una parte porta all’affermazione della latinità come elemento essenziale dello sviluppo culturale europeo (un po’ come già rilevato, sia pure sul piano prettamente letterario, da Ernst Robert Curtius nel suo capitale volume Letteratura europea e Medioevo latino), dall’altra rende fin da subito evidente come il cristianesimo sia fondamento imprescindibile dell’identità europea: molte culture sono debitrici di altre, ma «l’Europa è forse la sola a fare di questa secondarietà un principio che sta al centro stesso del suo rapporto con l’Assoluto». Questo avviene perché «l’avvenimento del Cristo, pienezza della divinità, è la ricapitolazione di tutta la storia passata; però l’esplorazione delle ricchezze in essa contenute è un compito infinito che dura finché dura la storia». Tale idea di secondarietà come ricchezza non è possibile per le culture e le religioni non secondarie (si pensi al contrasto greci/barbari, o all’idea stessa di esclusività per gli ebrei), ma nemmeno per altre religioni secondarie come l’islam, che è «caratterizzato dall’atteggiamento dell’assorbimento: la verità di ebraismo e cristianesimo è contenuta nell’islam», che «non si sognerà mai di utilizzarle come strumento che gli permetta, attraverso un procedimento comparativo, di conoscere meglio se stesso rendendosi consapevole di quanto viene trascurato dalle proprie pratiche culturali». E allora capiamo perché, dice ancora Brague, «la cultura europea non potrà mai essere ”la mia”», dal momento che «non è altro che un cammino infinito che porta a una sorgente estranea. Proprio perché è secondaria, la cultura è una questione di assimilazione personale».

Il cristianesimo è inoltre sorgente unica e irriducibile di un’altra caratteristica centrale per l’Europa e per la sua cultura, grazie alla sua paradossale capacità di unire ciò che naturalmente l’uomo tiene distinto, e di distinguere al contrario ciò che l’uomo per desiderio di semplificazione vorrebbe far coincidere. Il cristianesimo ha insegnato all’Europa a unire cielo e terra, e a distinguere Dio da Cesare. «Per usare il linguaggio del mito», infatti, «Dio è in cielo, e l’uomo sulla terra». Al contrario, «il cristianesimo professa l’Incarnazione: un uomo, vissuto in un’epoca storica e in uno spazio geografico ben determinati, è Dio. […] L’uomo non è dominato da Dio dall’alto, è cambiato da Lui nel profondo: Dio non è sopra, ma dentro». E al tempo stesso il cristianesimo «rifiuta di essere, come l’Islam, religione e regime politico», poiché «fin dall’origine esso si colloca a livello dei princìpi, nelle parole di Cristo di rendere a Cesare quel che è di Cesare».

Ecco perché, ponendosi al livello dei princìpi, il cristianesimo non può essere ridotto a morale, e diventare così quel «cristianismo» evocato per contrapposizione dal titolo. Il «kit di sopravvivenza» morale, infatti, «lo troviamo nei dieci comandamenti», ma anche «nei pensatori pagani dell’antichità, in Cina, nelle Indie, a dire il vero un po’ dappertutto». Quel che è pertanto fondamentale ricordare è che «non esistono regole morali prettamente cristiane. Come vivere lo sanno tutti, o possono saperlo. Ma perché vivere, perché scegliere la vita e, tanto per cominciare, perché dare la vita, sono interrogativi più complessi. È a essi che il cristianesimo dà risposta». Lo stesso fallimento a cui va incontro il cristianesimo ridotto a morale attende anche l’umanesimo nella sua ultima e degenerata forma di «umanesimo senza Dio». Come dice De Lubac, citato da Brague nell’ultimo saggio del volume dedicato proprio alla parabola dell’umanesimo, «non è vero che l’uomo, come sembra si dica talvolta, non possa organizzare la terra senza Dio. Quello che è vero è che, senza Dio, egli non può che organizzarla contro l’uomo». L’identità cristiana dell’Europa è dunque, ancor di più oggi, l’unica base su cui costruire una società che sia autenticamente «per l’uomo».

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Cara Cirinnà, i diritti non si inventano

Non sempre i social network sono luoghi di distrazione e di futili discussioni. A volte ciò che gli amici condividono sulle loro bacheche può offrire interessantissimi spunti di riflessione. Così mi è successo pochi giorni fa, vedendo un post di un’amica che forniva all’attenzione dei selezionati lettori un documento storico decisamente importante: il testo del Decreto Legislativo luogotenenziale del 2 febbraio 1945, con cui Umberto di Savoia, Principe di Piemonte e Luogotenente Generale del Regno annunciava che, su proposta dei ministri del Governo, il diritto di voto veniva «esteso» anche alle donne.

In giorni in cui si parla molto di diritti, e di possibili estensioni di diritti, quel documento ha sicuramente un significato particolare. A un primo impatto, l’attualizzazione del documento potrebbe suonare così: come allora veniva esteso un diritto che prima era negato, e che invece oggi sembra a tutti così evidentemente giusto, allo stesso modo oggi l’estensione di diritti che ancora qualcuno vuole negare (nella fattispecie, l’estensione alle coppie omosessuali dei medesimi diritti riconosciuti alle famiglie) risulterà domani una decisione normale e condivisa da tutti. Una riflessione dunque molto attuale, nei giorni in cui al Parlamento è entrata nel vivo la discussione intorno al ddl Cirinnà, e in Italia si tengono manifestazioni di contenuto opposto, tra chi è a favore dei contenuti del disegno di legge e chi invece continua ad affermare il valore unico e irriducibile della famiglia come fondamento della società.

Ebbene, lungi dal risolvere sbrigativamente la questione in una data direzione, quel documento ci permette invece di andare al fondo del problema, e mettere in luce elementi centrali per la piena comprensione dei fatti. Nel documento, redatto a monarca ancora regnante, viene utilizzato, a proposito di diritti, il verbo «estendere». Come noto, la Costituzione italiana, redatta a monarca non più regnante, usa verbi molto diversi: nello straordinario e capitale articolo due, si dice che «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità».

Non sarà mai ricordata a sufficienza l’importanza di quei due verbi, «riconoscere» e «garantire», così intrinsecamente diversi dal verbo «estendere». L’estensione di un diritto evoca infatti il vecchio concetto di elargizione, ed è appunto adatto a un regime ancora monarchico: il re o lo Stato elargisce i diritti, estendendoli come, quando e quanto ritiene. La Repubblica non fa questo: a differenza dello Stato assoluto, la Repubblica (almeno quella italiana, così come viene definita nel testo redatto con tanta fatica e sforzo intellettuale dai padri costituenti) si piega umilmente al riconoscimento dei diritti. Diritti che vengono prima della Repubblica stessa, e che dureranno dopo una sua eventuale dipartita o trasformazione. Diritti che o sono, o non sono. Non è arbitrio di chi regge le sorti dello Stato stabilire l’esistenza o meno di un diritto, e la sua minore o maggiore estensione. Gli esseri umani di sesso femminile, in quanto dotati per natura dei medesimi diritti degli esseri umani di sesso maschile, hanno in sé intrinsecamente il diritto di decidere delle sorti della propria nazione, partecipando al voto. Quel diritto, dunque, non deve essere «esteso» alle donne: va «riconosciuto» e quindi «garantito».

Questo implica il fatto che la Repubblica italiana non può non garantire quelli che sono veri e propri diritti, e non può viceversa riconoscere quelli che diritti non sono. La strada del riconoscimento dei diritti non è una linea retta, per cui basta avanzarne l’ipotesi di un diritto per vedere automaticamente una legge dichiararlo tale. La discussione intorno al problema del riconoscimento di quel diritto (cioè interrogarsi se quel diritto «è» o «non è» tale) è fondamentale. Per chi abbia letto anche velocemente il testo del ddl Cirinnà, risulta a tutti evidente che questa discussione è semplicemente saltata a piè pari e data per scontata.

Di quale ipotesi diritto stiamo parlando? La concessione alle coppie omosessuali di un riconoscimento legislativo sostanzialmente equipollente a quello della famiglia costituita dall’unione tra un uomo e una donna. Viceversa, i negatori di questa ipotesi sostengono che per sua natura la famiglia, essendo fondata sulla possibilità di generare la vita, sia essenzialmente costituita dall’unione tra un uomo e una donna. Sarebbe interessante approfondire il fatto che i secondi non negano agli omosessuali il diritto di fare famiglia: negano la possibilità che la famiglia sia formata da persone dello stesso sesso. Per quanto possa sembrare paradossale, è invece stringente e fondamentale affermare il principio che non c’è alcuna discriminazione: non solo due omosessuali, ma anche due eterosessuali dello stesso sesso non possono formare una famiglia (potrebbero volerlo fare, magari per convenienza). La norma che riconosce e garantisce il fatto che la famiglia sia formata da persone di sesso diverso è fondata sull’accettazione di un dato di realtà e non implica in sé alcuna discriminazione. Basti ricordare che anche chi afferma l’unicità per così dire ontologica della famiglia basata sull’unione di un uomo e di una donna afferma incontrovertibilmente che è diritto assoluto e inviolabile di ciascun individuo vivere la propria affettività come meglio crede, in base alle proprie inclinazioni. Due omosessuali hanno pieno diritto (riconosciuto e garantito) a vivere il loro rapporto affettivo, senza impedimenti o discriminazioni sociali di qualsiasi tipo. L’impossibilità naturale a formare una famiglia non costituisce affatto un impedimento a che due omosessuali vivano in modo totalmente libero la loro affettività.

Senza avere la pretesa di esaurire l’intera discussione sul tema, quel che con queste argomentazioni si vuol fare è anche dare seguito alle sollecitazioni che qualche giorno fa dalle colonne del Corriere giustamente Ernesto Galli Della Loggia poneva all’attenzione di chi dibatte sull’argomento. Domande del tipo «è bene che i bambini abbiano un padre e una madre o è indifferente?» non possono essere eluse. C’è tutta un’ampia avventura da affrontare in questo tentativo di conoscere più a fondo noi stessi e la nostra natura umana. Scansare il dibattito tacciando l’avversario di omofobia non è certo la soluzione né più democratica, né culturalmente più entusiasmante.

Il 2 febbraio del 1945 veniva esteso un diritto. A partire da qualche anno dopo abbiamo imparato che i diritti vanno riconosciuti (processo culturale) e quindi garantiti (azione politica). Non saltiamo i passaggi, se non vogliamo tornare al tempo dei diritti elargiti dal sovrano. Senza un processo culturale attento e meditato, anche una maggioranza parlamentare può diventare il più arbitrario dei sovrani. Con tutte le conseguenze che questo in futuro potrebbe avere, anche in ambiti del tutto diversi da quello ora trattato.

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Una bellezza che si mostra e non impone nulla

La grande manifestazione che ha visto radunate al Circo massimo di Roma centinaia di migliaia di persone può essere forse con più cognizione di causa giudicata a mente fredda, a distanza di un paio di giorni e fuori dal trito furore intorno al balletto di cifre e alle battute scomposte di chi proprio non ce la fa a rispettare chi la pensa in modo diverso. Ora per fortuna i social network son tornati a riempirsi di battute e frecciate sulla domenica calcistica, complice un derby che ha infiammato gli animi, e che ha certamente avuto il merito di spazzare via il noioso coro di comici improvvisati con le loro stanche facezie sul Family Day.

Ora si torna alla settimana lavorativa: una quotidianità che vale sia per chi ha partecipato alla manifestazione di sabato, sia per chi ha il dovere di prendere decisioni che incidono sulla vita della società e che pertanto avrà guardato quella manifestazione con un occhio particolare.

Solo due parole su chi vi ha partecipato, tra cui anche il sottoscritto, che pure non tiene famiglia ma che nonostante ciò condivide in tutto le ragioni della manifestazione. La piazza di sabato ha innanzitutto fatto vedere che si può manifestare in maniera veramente pacifica, con la bellezza di migliaia famiglie con bambini al seguito sorridenti e festanti, senza creare disordine. Le piazze che negano la democrazia e il rispetto sono ben altre. E questo è già un grosso punto a favore. In secondo luogo, i contenuti della manifestazione sono stati chiari e semplici: non essere «contro» qualcuno, bensì «a favore». A favore della famiglia, vero fondamento del vivere sociale; a favore dei figli, e dei loro irriducibili diritti; a favore di una società fondata sul principio di realtà, e non sulla negazione delle evidenze che la nostra natura umana ci mette di fronte agli occhi. Una piazza pacifica che ragiona, e che ha ancora voglia di argomentare su ciò che è diritto naturale e su ciò che non lo è.

Certo, c’era anche un «contro». Ma, come è stato ben specificato dal palco, non contro altre persone, bensì contro le ideologie: le ideologie che negano la realtà, e che vogliono costruire leggi intorno a questa negazione. Chi ha parlato di piazza che incita all’odio mente sapendo di mentire.

Ora è anche però il momento delle considerazioni politiche, al principio di una settimana che prevede l’avvio ufficiale della discussione intorno al tanto contestato ddl Cirinnà. Dal palco di sabato è stato lanciato un messaggio veramente significativo, che merita di essere approfondito: caro Renzi, è stato detto, sappi che ci ricorderemo delle decisioni che verranno prese.

Bene, in questo «ci ricorderemo» c’è tutto il contenuto democratico di quella piazza. Troppo spesso le piazze si animano sulla base di una pretesa ingiustificata: attribuire alla piazza stessa uno specifico valore in termini di gestione della democrazia. Come dire: cari politici, siamo qui e non potete non ascoltarci. Altrimenti siete anti-democratici.

Sabato è stata detta una cosa molto diversa: cari politici, prendete le vostre decisioni e decidete se ascoltarci o no, ma sappiate che ce ne ricorderemo al momento del voto. Un messaggio che non va a incrinare in nulla il processo democratico così come stabilito dalla costituzione (forme e limiti), e che invece troppo spesso è stato aggirato da una ingiustificata cogestione del potere con soggetti non titolati. Ecco perché è del tutto fuori luogo parlare di indebite ingerenze a proposito del Family Day e dell’appoggio (diretto o indiretto) da parte della Chiesa. Nessuna ingerenza, nessun vincolo; e quante altre volte invece dalle piazze, e proprio da quello stesso Circo massimo, sono stati lanciati messaggi che pretendevano di essere vincolanti, dettando un vero e proprio indirizzo politico.

Nessuno ha incatenato le mani a Renzi. Ma Renzi ora ha un elemento in più per giudicare, per soppesare e per prendere le sue decisioni.

Tutto questo basta a dimostrare che troppe, veramente troppe parole inutili sono state sprecate a proposito del Family Day. Si è parlato di odio, di intolleranza, di negazioni di diritti. Tutte cose che si dicono e si ripetono anche a prescindere dal Family Day. Ogni giorno sperimentiamo l’impossibilità di esprimere una posizione diversa da quella del pensiero unico su questo tema senza essere attaccati, insultati, boicottati. Un’intolleranza antidemocratica che è fatta anche di debolezza culturale: non si entra mai nello specifico delle ragioni, perché basta limitarsi allo slogan e alla battuta facile per chiudere la questione. Una seria discussione intorno a ciò che è diritto e ciò che non lo è non viene affrontata. Si teme il confronto, e si alza lo scontro come compensazione della propria debolezza culturale.

La piazza di sabato da questo punto di vista è una vera e propria boccata di aria fresca rispetto a chi invece vuol fare di tutto per avvelenare il clima. Il nostro vivere civile non può che trarre giovamento da chi torna a mettere sul piatto della discussione politica dati di realtà e di esperienza che è bene non trascurare.

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Le chiappe di Venere uniscono l’occidente

Bastava poco per far convertire anche i più strenui difensori dell’alterità culturale, i paladini dell’apertura agli altri mondi, i nemici dichiarati di ogni retrograda e oscurantista battaglia identitaria a difesa della cultura occidentale. Bastava poco. Inutile affannarsi per anni e anni a parlare di fondamenti della nostra cultura, cercare di far capire che gli elementi essenziali del nostro modo di concepire noi stessi affondano le radici in un lungo percorso che da Atene e Gerusalemme porta a Roma, la Roma prima classica e poi cristiana, con tutto il portato culturale, artistico e filosofico che ciò comporta. E inutile affannarsi nel ricordare che anche l’arte cristiana, nelle sue forme più elevate come in quelle più semplici – che so, un presepe, una madonna o un crocifisso – dice qualcosa di noi stessi, e che c’è del marcio nel tentativo di cancellare tutto questo in virtù di una malsana idea di rispetto.

Tutto inutile, lo ripetiamo. Perché in realtà bastava poco. Bastava coprire le nudità delle statue capitoline per far tornare a tutti, anche ai più progressisti e difensori del dialogo estremo, la voglia di un colpo di reni, di un rigurgito di orgoglio identitario.

Sia chiaro: anche chi scrive è fermamente convinto che l’idea di coprire i nudi del Campidoglio con quegli orrendi parallelepipedi in cartongesso, o non so quale altro materiale, per non offendere il senso estremo del pudore del leader iraniano sia stata una trovata a dir poco balzana. Anzi, di più: è, proprio nella plastica bruttezza del suo esito finale, l’esempio più chiaro di cosa non sia e non debba essere il dialogo. Perché se per dialogare devo non per forza rinnegare, ma anche solo coprire me stesso o parte di me stesso (quelle statue, ricordiamolo, non erano in nulla offensive), significa che quello non è dialogo ma è cedimento, è debolezza, è inconsistenza culturale. Il dialogo si fonda su due posizioni forti che si incontrano e, proprio sulla base della propria convinzione, cercano di capirsi l’un l’altra. Cedere, negare o coprire significa rinunciare al dialogo, non certo rafforzarlo.

Ma quel che veramente stupisce è il fatto di sapere e ricordare bene che le idee appena espresse, così ragionevolmente fondate, sono sempre state avversate in maniera radicale dai vari Gramellini, Saviano e consimili (persino Crozza!) che oggi si scagliano contro la copertura dei nudi capitolini. Per tutti questi rappresentanti dell’opinionismo collettivo di matrice progressista è sempre stato scontato – e immagino tornerà ad esserlo da domani – che la battaglia per difendere con convinzione e anche magari un pizzico di orgoglio ciò che fa parte della propria cultura (propria nel senso che è nostra, di noi, noi europei, noi occidentali, noi greci e romani, noi giudei e cristiani) fosse una battaglia di retroguardia, tipica – per usare certo loro linguaggio – di chi vive con i paraocchi, di chi non si apre alle diverse culture, di chi non vive nell’accoglienza, nella condivisione e nel dialogo, di chi si chiude nei propri steccati culturali, di chi se ne sta ancora rincantucciato nel suo oscuro Medioevo.

Bene, allora c’è solo da brindare. Altro che presepi, crocifissi e madonne: le chiappe di Venere hanno riunito l’occidente, e ora possiamo tutti con rinnovato spirito unitario dire che rinunciare alla nostra cultura, o anche solo a pezzi di essa, in nome di una malsana idea di dialogo e di rispetto è una cosa che non funziona, che ci svilisce in maniera inaccettabile. Viva l’unità nella difesa della nostra cultura!

 

Post scriptum: quanto durerà?

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Marò: uno scandalo a cui abbiamo fatto l’abitudine?

Pochi giorni ci separano da una triste scadenza per l’Italia: quattro anni dall’inizio di una delle vicende che, comunque si concluderà, sarà per molto tempo ricordata come uno dei capitoli più imbarazzanti della nostra storia repubblicana, e come una delle vicende in cui il nostro paese ha rimediato una delle più magre figure a livello internazionale. Si tratta del brutto intrigo di menzogne, reticenze e violazioni del diritto in cui sono incappati i fucilieri della Marina militare italiana Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, meglio noti come ”marò”, a partire dal 15 febbraio del 2012.

Mentre nel mese di gennaio è stato ulteriormente prorogato fino ad aprile il permesso di permanenza in Italia per motivi di salute di uno dei due fucilieri, Massimiliano Latorre, per Salvatore Girone non resta che aspettare l’ennesima scadenza: la decisione che la Corte internazionale di arbitrato prenderà a fine marzo in merito alla richiesta italiana di fare rientrare Girone, in attesa appunto dell’arbitrato internazionale.

Un balletto di date, di rinvii, di contorsioni giuridiche. In mezzo a tutto questo, due militari italiani, che si dichiarano innocenti, e che da quattro anni attendono un processo che non arriva. E l’Italia che fa? Fino ad oggi, nulla.

Forse siamo arrivati ad arrenderci, e anche l’opinione pubblica si è probabilmente abituata a questa vicenda che oramai rimane un po’ in sottofondo. Molti penseranno che tutto sommato si tratta solo di due persone, una delle quali già rientrata in Italia anche solo per motivi di salute. Bene, se per caso chi legge si trova ad essere tra coloro che a questa vicenda oramai hanno fatto il callo, provi allora una sera ad assistere a un incontro di presentazione del libro Il segreto dei marò, di Toni Capuozzo. A chi scrive è successo nei giorni scorsi, a Crema. E dopo aver assistito all’incontro, la tentazione di farci l’abitudine a questo vero e proprio scandalo è subito svanita.

Capuozzo parla da giornalista fatto e finito, da reporter, da inviato di guerra. Non fa discorsi, e alle questioni generali non dedica che poche frasi, più che altro suggestioni. Capuozzo snocciola fatti, elenca dati e testimonianze precise, utilizza bottigliette e bicchieri di plastica per simulare le rotte delle navi. E dimostra in maniera inequivocabile una cosa che chi ha responsabilità di governo e militari in Italia non ha mai detto (tranne l’ex ministro Mario Mauro, sia pure a fine mandato), e che sarebbe invece l’unica cosa chiara da affermare a voce alta: Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono innocenti. I marò non hanno ucciso i due pescatori morti al largo delle acque indiane quel 15 febbraio del 2012. E l’impianto accusatorio che ha portato i due militari ad essere sostanzialmente ostaggi in terra straniera, con l’accondiscendenza dei pavidi governi italiani, è un coacervo di falsificazioni, di manomissioni e di incongruenze inaccettabili in un moderno stato di diritto.

L’Italia di fronte a tutto questo ha chiaramente e fin dal primo momento calato le braghe, grazie alla colpevole complicità del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, capo delle forze armate, e di tutti i rappresentanti del governo Monti coinvolti in questa vicenda. E se – come giustamente fa notare Capuozzo – in situazioni del genere solitamente si cerca di salvare capra e cavoli (dove, fuor di metafora, la capra sono i marò e i cavoli i rapporti economici con l’India), nel triste caso dei marò siamo riusciti nel capolavoro di perdere sia la capra che i cavoli, visto l’irrigidirsi dei rapporti economici con l’India, un paese assente dall’Expo e che ha fatto perdere molti appalti milionari all’Italia in questo periodo. Abbiamo lasciato che due nostri militari venissero svergognati e tenuti in ostaggio, e in cambio abbiamo portato a casa un bel gruzzolo di svantaggi economici.

Anche i successivi governi Letta e Renzi condividono le medesime responsabilità, sia pure ovviamente in grado minore. E anche l’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella non è da meno, quando ancora una volta afferma pilatescamente che i marò godono del suo «ampio sostegno». Come giustamente ha ricordato Capuozzo, i marò non hanno bisogno di sostegno: hanno bisogno che la situazione venga risolta.

Naturalmente ci avviciniamo all’ennesimo triste anniversario di questa scandalosa vicenda tenendo accesa la speranza che una soluzione possa essere raggiunta. Ma al tempo stesso non possiamo non augurarci che la storia prima o poi faccia chiarezza ed esprima una sentenza definitiva sul caso marò. Nella certezza che arriverà un momento in cui sul banco degli imputati dovranno sedere non i militari Latorre e Girone, uomini d’onore che hanno sempre fatto il loro dovere e in silenzio obbedito anche agli ordini più deplorevoli che hanno ricevuto, ma persone ben più alte in grado di loro. E, a differenza di loro, colpevoli.

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La triste storia dei puri che vengono epurati

Si protrae ormai stancamente la triste storia dei partiti italiani che si proclamano portavoce dei puri, degli onesti. Le vicende che in questi giorni stanno dissestando gli equilibri interni al Movimento 5 Stelle, con gli affari camorristici che hanno travolto la giunta grillina di Quarto e insieme ad essi i vertici del Movimento, sono l’ultimo capitolo di un romanzo sbocciato dopo la stagione di Mani Pulite, ma nato in realtà molto prima.

Troppo parziale, infatti, e veramente troppo sbilanciata sul versante Lega-Pdl la ricostruzione della recente storia italiana del partito degli onesti, tracciata giovedì 14 gennaio su La Stampa da Mattia Feltri. Nessuna menzione ad esempio, nel pur acuto articolo, della questione morale di berlingueriana memoria, che forse è il vero archetipo del problema. Perché è nella vecchia e pretesa superiorità morale della sinistra che nasce il tarlo farisaico dell’auto-proclamazione a partito degli onesti. Che proprio in quel sentirsi e proporsi come diversi sul piano morale, come se quella potesse assurdamente essere la caratterizzazione esclusiva di una parte contro un’altra, mostra tutta la sua debolezza culturale e la sua sinistra (non in senso politico) predestinazione. Chi si proclama puro, recita un adagio, troverà inevitabilmente prima o poi uno più puro in grado di epurarlo. O più semplicemente, proclamarsi puri ed onesti è intrinsecamente sbagliato, ed è forse la peggiore delle degenerazioni del dibattito politico-culturale.

Come noto, l’onestà va praticata e non sbandierata. Niente di più banale, e al tempo stesso niente di più disatteso. Risulta infatti fin troppo evidente che la purezza assoluta, la moralità da discorso epidittico altro non è che la virtù di chi sta al margine, di chi non gestisce partite di potere. Appena le mani entrano in pasta, subito, per cause indipendenti e di forza maggiore, si sporcano. Il che non significa affatto, nella stragrande maggioranza dei casi, macchiarsi di reati. Ora più nessuno ha il coraggio di affrontare limpidamente questa elementare constatazione, perché si correrebbe il rischio di sembrare pubblici difensori della disonestà, sotto le cattive sembianze del «così fan tutti».

E invece non è così. Sarebbe il caso di iniziare ad affrontare con più realismo il problema, dopo lo sgretolarsi delle varie incorruttibilità di tutti i partiti degli onesti, una dopo l’altra. È successo col Pci-Pds-Ds-Pd, la cui pretesa superiorità morale è ormai soltanto un lontanissimo ricordo (si son tenuti solo un po’ di snobismo culturale, ma con Renzi anche quello si sta erodendo sempre più); è successo col Pri «partito degli onesti» di La Malfa; è successo in maniera clamorosa con il partito di Antonio Di Pietro, che solo di sbracata questione morale viveva e su quella è morto in maniera a dir poco miserabile; e, certo, è successo anche con il giustizialismo di destra, incarnato soprattutto da Lega e An ai tempi di Mani Pulite. Ora tocca ai 5 Stelle. Tocca cosa? Di fare i conti col potere? No, qualcosa di più profondo: di fare i conti con la realtà. Una realtà che per sua stessa natura svicola dalle riduzioni ideologiche di matrice vagamente manichea. Tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra era una frottola bella e buona già ai tempi della contrapposizione Pci-Dc, anche se in pochi lo capivano; ora ha l’aggravante di essere una frottola vecchia e marcita.

Il Movimento 5 Stelle su questa frottola morale è nato e ha prosperato. E continua a prosperare a livello nazionale perché si alimenta del suo essere opposizione perenne, conquistandosi comodamente la scadente palma di chi ha tanto consenso ma non vince mai, sufficiente a garantirsi l’onore della brillante figura sui giornali e al tempo stesso a non sobbarcarsi l’onere del potere. Laddove, in alcune amministrazioni locali, quel potere ha incominciato invece a essere gestito, la chimera della purezza assoluta è già svanita; e lo è fino al punto di gettare nel panico l’intero partito, che si trova per la prima volta a fare i conti con una possibile perdita di consenso proprio intorno a quello che fino ad oggi è stato il suo ‘core business’.

Perché prima o poi il moralismo, oltre a infiacchire, porta anche sfortuna.

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La Francia e la retorica dell’estremismo

L’unione può certamente fare la forza, ma al tempo stesso può rivelare una grave, strutturale debolezza. Come accade nel caso in cui siano costretti a unirsi elementi eterogenei al solo fine di arginare un nemico che nessuno sarebbe in grado di contrastare. Per inconsistenza propria, non per insormontabile forza dell’avversario.

Il fatto che un personaggio di livello medio-basso come Marine Le Pen sia riuscita a terrorizzare in maniera così profonda l’intero panorama politico francese, costringendo destra e sinistra a uno scalcagnato fronte unitario di salvezza nazionale per sbarrare la strada all’estremista di destra, è proprio uno di quei casi in cui l’unione improvvisata è più segno di debolezza che di forza. Una debolezza che è incarnata dai due leader Sarkozy e Hollande: il primo con tutta probabilità il peggior rappresentante che i partiti di destra europei siano mai riusciti a mettere in campo, primo responsabile di una serie di clamorosi errori in politica estera di cui tutti stiamo pagando le conseguenze; il secondo capace di incarnare tutto il portato di ideologia e imposizione del pensiero unico laicista di cui la francese ”gauche caviar” è capofila a livello europeo.

E proprio questo ultimo aspetto dovrebbe metterci sull’attenti a proposito dell’allarme spesso partigiano e manipolatorio con cui viene sventagliato lo spauracchio dell’estremismo. Nessuno mette in dubbio che le politiche di Le Pen possano essere bollate come estremiste. Ma non è quello, in fondo, il vero problema. Molto più persuasivo sarebbe dimostrare che sono politiche sbagliate, che con il finto proposito di difendere l’autonomia e l’identità della Francia finirebbero con l’isolare la nazione e tagliarla fuori dal contesto politico ed economico europeo e mondiale. Bisognerebbe chiarire come il metodo estremista di parlare di contrasto all’immigrazione è uno specchietto per le allodole, che fa leva sulla paura per alzare la voce ma senza proporre nessuna soluzione concreta, nessuna strada praticabile per rendere più sicuro il tessuto sociale francese (e lo stesso accade in Italia).

Invece no, niente di tutto questo. Si punta il dito contro il mostro. Si parla di estremismo, e si lancia l’anatema. Così facendo, si ottengono forse vittorie provvisorie come quella generata dal fronte destra-sinistra al secondo turno delle elezioni regionali il 13 dicembre scorso, ma al tempo stesso non si fa che aumentare la simpatia a livello popolare nei confronti di una forza che, in quanto contrastata dal resto del panorama politico, si può guadagnare la nomea di forza diversa, fuori dal coro, temuta in quanto capace veramente di cambiare le cose.

Altro fattore importante è che non regge l’accusa di estremismo da parte di chi, implicitamente, promuove se stesso come moderato, equilibrato, pieno di senso della democrazia e della nazione, pur senza esserlo. La sinistra francese targata Hollande può dirsi una forza moderata che ha il diritto di puntare il dito contro gli estremisti? Molte delle politiche messe in campo da Hollande e dai suoi collaboratori dicono l’esatto contrario. Dall’imposizione capillare di un’educazione di stato in nome di una presunta laicità, fino a certe balzane proposte come togliere il nome dei santi da città, vie e piazze, risulta evidente che quanto a pericolosità per posizioni estreme, illiberali e anti-democratiche l’hollandismo non ha nulla da invidiare al lepenismo. E quando il primo ministro Valls parla di un rischio di guerra civile in caso di vittoria del Front National lo scenario che evoca è esattamente questo: una guerra civile causata dallo scontro fra opposti estremismi.

Il caso francese dovrebbe allora valere come monito per l’Europa intera, così in affanno e priva di identità. La nascita degli estremismi è sempre colpa di un vuoto culturale che per forza di cose deve essere colmato. I leader culturali e politici di oggi pensano che il nichilismo cinico, il dubbio, il relativismo sistematico siano i veri garanti della democrazia, e che l’affermazione di una verità e di una identità ne rappresentino una minaccia. È invece l’esatto contrario: il nulla lascia campo aperto ai finti e pericolosi riempitivi (che sia l’estremismo islamico, o gli estremismi di casa nostra); l’affermazione di un’identità genera confronto e dialogo, quindi vera libertà.

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